Lo scorso 3 febbraio siamo stati ospiti del teatro Carcano di Milano per la recita di Il gabbiano di Anton Cechov messa in scena dalla compagnia del Teatro Nazionale di Genova con la regia di Marco Sciaccaluga.

La tappa milanese della compagnia durerà ancora pochi giorni, fino al 10 febbraio, abbiamo quindi deciso di non lasciarci sfuggire uno spettacolo di grande valore artistico ma anche storico, per quanto purtroppo al giorno d’oggi il valore del teatro sia molto poco considerato dalla Storia. La produzione realizzata per la stagione 2017 del teatro genovese è infatti la prima in Italia che abbia ripreso la versione originale dell’opera del 1895, prima che venisse rimaneggiata dalla censura zarista.

Cosa poteva avere di così fastidioso per il regime dei Romanov un’opera teatrale che racconta piccoli amori e tradimenti estivi dell’alta borghesia russa di fine Ottocento? Molto più di quanto si possa pensare. Anton Cechov era riuscito infatti a portare in teatro gli stessi punti di forza che avevano sempre caratterizzato i suoi racconti. In poche righe lo scrittore riusciva a tratteggiare personaggi che rappresentassero in sé tutti i sogni, le aspirazioni, le paure, le delusioni della società e dell’epoca in cui viveva e a smontarli mostrandoli nella loro vanità e pateticità, descrivendo così con grande semplicità e umanità il declino della società russa.

Da sinistra: Sorin, Nina, Shamrayev, Irina, Trigorin, Polina, Dorn e Semen

La vicenda si svolge nella tenuta estiva di Sorin, interpretato da Federico Vanni, un ex consigliere di stato ormai in pensione. Qui si incroceranno le vite e gli intrecci amorosi della sorella di Sorin, l’attrice Irina Arkadina, interpretata da Elisabetta Pozzi, con lo scrittore Trigorin, Stefano Santospago, a sua volta amato dalla giovane Nina, Alice Arcuri, figlia di un ricco possidente del luogo, di cui è follemente innamorato il figlio di Irina, Konstantin, Francesco Sferrazza Papa.

Il giovane Konstantin, che vorrebbe fare lo scrittore e cerca di dar vita ad un’arte nuova in contrapposizione alla vecchia arte della madre, che disprezza le sue opere, e del suo amante Trigorin, è a sua volta amato da Masha, Eva Cambiale, figlia di Shamrayev (Roberto Alinghieri) amministratore della tenuta di Sorin, che sposerà il povero maestro Semen, Andrea Nicolini, per dimenticare Konstantin. Per concludere questo intreccio degno di Beautiful il dottor Dorn, medico e dongiovanni dell’alta borghesia del luogo, interpretato da Roberto Serpi, è da molti anni amante della moglie di Shamrayev, Polina (Elsa Bossi).

La vicenda si svolge in quattro atti, due nell’adattamento di Sciaccaluga, sempre nella casa di Sorin sulle rive del lago. I primi due atti sono ambientati in giardino durante l’estate, mentre gli ultimi in una stanza della dimora in autunno. Le scene sono semplici ma funzionali, pochi elementi riescono a creare un’ambientazione coinvolgente, anche grazie all’espediente di collocare idealmente in platea il giardino sul retro della casa. Gli attori infatti spesso entrano o escono di scena dalla platea, utilizzando meno le quinte.

Da sinistra: Sorin, Polina, Shamrayev, Irina, Dorn e Nina

Ogni personaggio di quest’opera porta con sé tormenti, angosce e delusioni che tendono da una parte alla riflessione sul valore della vita e dell’arte, e dall’altra alle piccole invidie e gelosie materiali. Il tormento amoroso di Konstantin è preceduto ed accompagnato da quello artistico e dal rapporto di amore e odio con la madre che a sua volta è terrorizzata dal tempo che passa e che la porta ad invecchiare.

Lo zio Sorin porta con sé molti rimpianti, avrebbe voluto scrivere e prendere moglie e invece ha fatto il burocrate, arrivando scapolo alla vecchiaia. Nina sogna di diventare un’attrice più di ogni cosa e questo, insieme all’amore per Trigorin, la porterà alla rovina. Lo stesso Trigorin, che tutti credono felice della sua fama, confessa di odiare le sue opere e la sua condizione in quanto si sente sempre inadeguato e preferisce rifugiarsi nella natura. La giovane Masha è depressa e parla quasi apertamente di suicidio, mentre il marito Semen o si lamenta per la sua condizione di povertà o cerca di filosofare su argomenti che non conosce.

Il dottore infine è anche lui additato da tutti come l’unico che non ha motivo di lamentarsi, mentre invece dai suoi discorsi traspaiono pessimismo e cinismo: “...curarsi a sessant’anni, rimpiangere di non essersela spassata abbastanza in gioventù, mi scuserete, ma è leggerezza.”. Il pubblico, vista l’età media avanzata in platea la domenica pomeriggio, borbottava fintamente indignato alle parole di Dorn, ma anche questo è un segno della capacità di Cechov di parlare ancora oggi a tutti noi e di portarci in parte a riconoscerci nei suoi personaggi.

Konstantin, Nina e il gabbiano

Gli attori della compagnia del Teatro Nazionale di Genova hanno reso molto bene le atmosfere e le personalità dei loro personaggi, recitando su un registro che confondeva e mischiava la teatralità delle relazioni alto borghesi ottocentesche con una sorta di straniamento che faceva risaltare l’amara ironia e la crudeltà di Cechov verso i suoi personaggi. Il regista Marco Sciaccaluga ha sintetizzato così lo stile e l’intenzione dello scrittore:

“A me pare che stia proprio lì l’essenza del genio di Cechov: la feroce denuncia del nostro nulla, coniugata in una continua altalena di ridicolo e patetico, diventa uno stringente invito a compatire, ad amare questi esseri inutili che siamo. Il palcoscenico di Cechov è la forma più gentile, condivisa, ironica di spietatezza. Il suo “Teatro della Crudeltà” è il più “umano” che io conosca.”