Ho realizzato davvero cosa avrei fatto quando ne ho parlato con mia madre. Mi ha chiesto dove andassi e, quando le ho risposto, ha commentato: “Oh che bello! Li ho sempre preferiti ai Duran Duran… Erano più belli e anche più raffinati”. Li mi è scattato dentro qualcosa. Ho avuto conferma dei miei sospetti quando sono entrato in un Fabrique stracolmo, con i Vigili del Fuoco che guardavano perplessi un pubblico che probabilmente sfiorava la capacità massima del locale (sempre ottimo, sia come suoni che come organizzazione).

Spandau Ballet @ Fabrique

(Fotografia presa dalla pagina FB del Fabrique)

All’alba dei 28 anni, ero il più giovane in sala, accerchiato da 40-50enni un po’troppo entusiasti che cercavano di farsi selfie e video con risultati discutibili. Tra le persone che mi sono passate a fianco, una trentina (e a una certa ho anche smesso di contare) si sono chieste o mi hanno chiesto come mai non ci fossero i posti a sedere, nonostante il biglietto riportasse la dicitura “posto unico”, e almeno una ventina si sono lamentate (non con me, grazie al cielo) dei figli ormai all’università.

È stato allora che ho capito davvero. Avevo sempre ritenuto “idolo generazionale” un’espressione sciatta e ambigua, un’etichetta incolore appioppata da critici pigri ad artisti di cui non avevano troppa voglia di parlare o che non sapevano come definire altrimenti. Ma se c’è un gruppo, uno solo, sulla faccia della Terra a cui questa definizione si applica, quel gruppo sono gli Spandau Ballet. Per i giovani degli anni ottanta, delle chiome lunghe e dei jeans, del disimpegno e del post ideologico, gli Spandau sono stati degli eroi. Era il suono del nuovo che avanzava, in un periodo di ottimismo e ragazze (e ragazzi) che volevano solo divertirsi ed essere liberi, qualunque cosa questo significasse. Sia chiaro, la musica frivola e senza pretese di impatto sociale non è un problema: credere che solo la musica “impegnata” sia valida è una roba che dopo i 17 anni è semplicemente inaccettabile.

Ma la generazione-Spandau di quel disimpegno faceva un vanto e un segno distintivo, una mentalità che avrebbe condotto a un accentramento del potere nelle mani dei pochi “impegnati” e a un individualismo edonistico esasperato (che ovviamente sfociò in un’alienazione devastante. Vedi alla voce: grunge). Quei ragazzi spensierati sono diventati stempiati impiegati che arrivano tardi al concerto ancora vestiti da lavoro e attempate signore che per l’occasione hanno riesumato dall’armadio i vecchi leggins di pelle. In fondo li conoscete: sono la generazione che ha distrutto Facebook a suon di Buongiornissimi e frasi motivazionali coi Minions e si sono ritrovati qui per un momento nostalgia, non privo di fascino. Forse, tra trent’anni (se il mondo come lo conosciamo oggi esisterà ancora) un giovane ma non giovanissimo redattore di un blog (se internet come lo conosciamo oggi esisterà ancora) andrà al concerto di Sfera Ebbasta (se Sfera Ebbasta come lo conosciamo oggi esisterà ancora) e scriverà cose simili.

Perché tutta questa filippica? Beh, perché sul concerto in sé non è che ci sia molto da dire.

Spandau Ballet @ Fabrique

(Fotografia presa dalla pagina FB del Fabrique)

Gli Spandau dimostrano di essere tutto sommato piuttosto in forma: si distingue soprattutto Steve Norman che, vestito da perfetto dandy londinese, si lancia ancora in assoli di sax cui non manca nerbo. Certo, la mancanza dell’ex belloccio Tony Hadley priva la serata di parte del suo fascino, anche perché gli Spandau hanno deciso di sostituirlo non con un’altra vecchia gloria del pop rock britannico ma con Ross William Wild, 35enne ex cantante di musical, che salta e balla vestito come un personaggio di Grease per tutta la sera e il cui tagliente vibrato non ha la potenza e il calore del crooning baritonale dello storico cantante: soprattutto nei pezzi più ispirati dalla new wave (To Cut a Long Story Short) la differenza si sente.

Spandau Ballet @ Fabrique

(Fotografia presa dalla pagina FB del Fabrique)

I suoni (soprattutto la chitarra di Gary Kemp) sono validi, sia nelle parti rock che nelle ballatone in cui gli accendini oscillanti di una volta sono stati ormai sostituiti dagli schermi degli smartphones.

Il pubblico non salta, non balla e non limona, perché non ha più l’età, ma canta e batte le mani con convinzione e la band lo omaggia di tutti i classiconi: Only When You Leave, Virgin, I’ll Fly For You, Gold, True e tanti altri. Una serata che scorre via, piacevole e ben costruita. Prendersela con gli idoli generazionali non ha molto senso: io non mi ricorderò certo a vita il mio primo concerto degli Spandau Ballet, ma un sacco di gente sì, e questo ha un valore.

Sono certo che molti tra i presenti li videro nei loro anni di gloria, risparmiando mesi e facendo code infinite per un biglietto, e tutto ciò va rispettato. Passati gli anni e spenti i lustrini, restano i malinconici cascami dell’ottimismo che fu: i ragazzi degli anni ottanta, con ogni probabilità, non si immaginavano così il loro roseo futuro. Ma la colpa non è certo degli Spandau Ballet.

Reportage: Alessandro Boggiani