Una volta non avevo certezze, adesso non ne sono più così sicuro.

Descrivere lo spettacolo che Lorenzo Kruger (ex frontman e voce dei Nobraino) ha portato in scena all’Arci Bellezza in un gelido venerdì di gennaio, è difficile. Ci aspettavamo un classico concerto, con una scaletta definita, qualche parola buttata per il pubblico ed un esecuzione rapida, leggera ma impeccabile; almeno quest’ultima parte non è mancata, ma per il resto è stata un’esibizione completamente sopra le righe.

Abituate alla svizzera puntualità degli eventi milanesi non ci aspettavamo di certo un’ora di ritardo rispetto all’orario dell’evento, ma alla fine perchè biasimarli? Alle 21:30 il locale era poco gremito e del buon Kruger non c’era neanche l’odore. Nell’attesa ci siamo perse nell’osservare l’Arci Bellezza: nella sala da concerti, con il piccolo palco completo di quinte rosso fiammante, erano stati sistemati tavolini con sedie, come se ci si preparasse ad uno stan-up comedy show o una sorta di microfono aperto. Stessa sensazione dava l’allestimento spartano del palco con solo un pianoforte ed un microfono.

Vi dicevo che descrivere l’esibizione di Kruger è difficoltoso perchè, come si può solo tentare di mettere in parole una perfomance come la sua? Arriva con l’atteggiamento di chi fa una cosa ma la fa un po’ per forza, come se non gli interessasse davvero essere lì. Arriva con il suo lungo cappotto color cammello, la scarpa classica ed il cesto di capelli infilati, solo Dio sa come, in un cappello. Ochiali da vista inforacati sul naso e telefono quasi scarico in sostituzione della scaletta perduta.

Kruger si siede ed inizia a parlare, a raccontare filastrocche, forse inventate forse riflesso del suo vissuto, zeppe di rime baciate, intrecciate, giochi di parole di diversa qualità. Si produce in lunghi racconti che sono quasi come un testo senza musica. Il tono leggero e nostalgico, malinconico e frizzante ma, a tratti, solo per finta. Kruger è un buffone triste e disincantato che porta avanti questo supplizio con la noia di un carcerato e l’ironia di un saltimbanco. Costrizione e delizia sono le uniche cose che mi roteano in testa mentre lo vedo recitare, intervallando ogni “atto” della sua commedia con canzoni del repertorio dei Nobraino e suo, a volte tristi a volte allegre, a volte fintamente tristi e fintamente allegre. Vertigine (con cui apre la serata), il muro di Berlino, Narcisisti misti, Via Zamboni, Lo scrittore sono solo alcuni dei brani che esegue durante il corso della serata.

Alla fine di tutto Kruger si dimostra un ottimo intrattenitore, autoironico, sarcastico, teatrale, in bilico tra l’elegante e il ridicolo senza cadere da nessuna parte e senza perdere un briciolo di dignità. Riporta se stesso, o un se stesso molto ben studiato ed assimilato, su quel palco, nel modo di eseguire le canzoni e di parlare con il pubblico che diventa una parte integrante dello show. L’artista chiede aiuto per una veloce riparazione degli occhiali, fa lunghe pause dopo battute sottili o mirati giochi di parole in attesa di una sincera risposta dal suo auditorio. Quando canta la voce riempie la sala creando un aura di rispettosa soggezione: nessuno canta a squarciagola, i più impavidi appena accennano le parole in un sussurro, come se non volessero invadere lo spazio dell’artista o rovinargli in qualche modo la performance.

Sono un uomo nudo sotto una coperta di giochi di parole.

Forse la migliore descrizione che potesse dare di se stesso, senza perdere quel tono un po’ bohemien che gli si cuce addosso alla perfezione.

Kruger si conferma, quindi, un artista sopra le righe, una voce fuori dal coro, un unicum tra follia e malinconia, come dimostra l’accostamento completo con gilet, scarpa classica con calzino a righe spesse gialle e arancioni. Adoro.

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Reportage: Alessia Marini

Foto: Gaia Schiavon