Chicago, giorni pesanti di giugno
Uno spettacolo giunge alla fine, qualcuno piange nelle ultime file.
Una stanza di hotel e due amanti che guardano lo schermo spento del televisore.
Il caldo, la calma.
E palazzi alti come giganti imperscrutabili.
L’amore, un mero atto di sfida.
Eppure sembra esserci la presenza di un angelo. Così in alto… Deve essere per forza un angelo.

Un paradiso irraggiungibile e la rassegnazione finale nel cercare di raggiungere quel paradiso sono i due estremi tra cui continua a dondolarsi Florence Welsh nella sua ultima fatica discografica High As Hope: vivere nella costante ricerca di una speranza che non sembra mai realizzarsi, arrivare in alto, superare quei palazzi giganti e poi ricadere giù.

Non penso vi sia mai stato un momento nell’intera discografia di Florence + The Machine in cui la felicità, l’amore o la vita non venissero trattati in maniera tormentata, qualcosa che non veniva mai accettato in maniera serafica. Bensì ogni scelta, ogni rapporto, ogni situazione per Florence diventa uno scontro con la realtà e con sé stessi. In questo ultimo lavoro, alla lotta sono subentrati lo sconforto e la rassegnazione che non si raggiungerà mai una condizione ideale nel corso della nostra esistenza bensì ci si ritroverà sempre a combattere contro il proprio io inutilmente.

In musica tutto questo viene tradotto con uno sforzo vocale ridotto al minimo, accostato ad arrangiamenti che fanno da puro accompagnamento: pochi bassi, poche percussioni, nessuna chitarra elettrica. L’artista britannica con la sua band ha completamente abbandonato le grandi arie, le trombe e i violini, gli assordanti colpi di chitarra che avevano reso il precedente How Big, How Blue, How Beautiful uno degli album più belli degli anni ’10. Ma quando un’artista cambia direzione ma rimane completamente onesta a sé stessa nella sua arte, allora tutto ha un senso. How Big ricordava che dalle grandi sconfitte nascono i momenti più belli, l’importante é continuare a lottare. Ora non é più così. Questo nuovo momento del percorso di Florence é contornato da un’atmosfera di abbandono facendo di High As Hope una intima, disillusa e onesta dichiarazione di resa di fronte a questa vita che non lascia scampo al dolore.

Non so fino a che punto io mi possa definire una persona allo stesso modo affranta dalla vita, ma devo ammettere con sincerità (e un briciolo di amarezza) che non nutro più la stessa speranza in cui credevo fino a poco tempo fa, in svariati ambiti. Forse il mio repentino avvicinarmi senza sosta ai fatidici 30 è il motivo per cui non riesco a fare a meno di ascoltare questo album da più di un mese.

High As Hope ripercorre un sentimento che mi sta avvolgendo senza che io me ne stia nemmeno rendendo conto. Mi costringe a guardarmi indietro cercando le risposte di cui ho bisogno per affrontare la strada davanti a me, senza però darmi una soluzione. Rimango così altalenante, anche io aggrappato al dondolo del rimpianto e della sconfitta.

Ad ogni tappa che Florence ripercorre in questo album, mi sembra di ritrovarci un pezzo del mio percorso. Sebbene io non possa aver vissuto il furore dei locali di South London, le emozioni non cambiano quando si ripercorrono i giardini in cui si é cresciuti, si vede la delusione negli occhi dei propri genitori a causa delle proprie scelte o si cerca di lenire le più dolorose ferite rifugiandosi o perdendosi nell’alcol o altro.

Si arriva ad un punto in cui ci si sente appesantiti da tutto e ogni passo diventa un affanno. Allo stesso modo quasi ogni brano é anticipato da un sospiro, una sorta di presa di coraggio prima che si possa affrontare ancora una volta la sfida che porta con sé ogni preciso attimo, ogni puntuale ricordo da rivivere, per poi prepararsi ad accettare che non vi sono seconde possibilità, che il passato é passato e non ci sarà rivalsa per le sconfitte subite.

Lo stesso sospiro introduce Sky Full of Song, la prima traccia promozionale dell’album uscita proprio pochi giorno prima del mio 29esimo compleanno.

Grab me by my ankle, I’ve been flying for too long…

Un solo ascolto nel silenzio della mia auto basta per catturare la mia attenzione, per farmi sentire come se stessi volando e capire fino in fondo di quanto io abbia bisogno di ritornare a camminare prima di poter sollevarmi da terra. Anche in questo caso, poter volare leggeri è solo un’illusione. In verità si sta morendo ancora una volta senza rendersene conto, si sta crollando al suolo senza percepire la caduta e a questo punto la richiesta di aiuto da parte di qualcuno diventa di importanza vitale.

Questo brano é posizionato proprio al centro dell’album e rappresenta un punto di svolta, una chiave di lettura per capire il messaggio di High As Hope che diventa quasi una preghiera perché qualcuno possa finalmente arrivare a salvarci. La cosa più bizzarra diventa quindi rendersi conto che comunque ciò non comporta per forza il raggiungimento di una qualche forma di felicità. Anzi la felicità rimane un concetto lontano, difficilmente sfiorato per tutta la durata del disco se non in qualche indelebile rimpianto. Ad aiutarci può esserci solo un’altra persona che condivida con noi la stessa condizione.

Dopo la conclusione di The End Of Love, una canzone tra sogno e presa di coscienza dell’amore perduto, l’attacco di No Choir dichiara subito l’unica verità a cui Florence riesce ad arrivare in tutto questo inspiegabile tormento: che la felicità non é qualcosa che scalda l’animo, bensì lo assopisce nella sua immobilità. Non si parla di un sentimento di noia, piuttosto di un sentimento di staticità, si tratta di rimanere imperturbati senza essere trasportati dal vento convulso della lotta continua. Ma la vita é lotta e non ci si può tirare indietro. Per quanto si possano trovare attimi di stabilità, non si potrà mai rimanere fermi troppo a lungo, se così accadesse allora nessuno ne parlerebbe, nessuno ricorderebbe quel momento eppure é qui che resiste l’unico gancio di speranza a cui potersi aggrappare.

In tutto questo tormento che non ci lascia scampo i momenti di felicità sono rari e anche nella loro illusione di dare un senso alla nostra vita, non riescono a darci la stessa forza, lo stesso vigore che possono darci i momenti di tormento. Eppure quei brevi attimi di equilibrio sono gli unici che possono offrire uno spiraglio, un sollievo banale dal continuo e inevitabile dolore della nostra esistenza.

"There will be no grand choir to sing,
No chorus will come in,
No ballad will be written,
It will be entirely forgotten
[...]
Oh darling things seem so unstable
But for a moment we were able... to be still"