Qualche giorno fa (precisamente il 15 ottobre), ricorreva un anniversario importante: un piccolo pezzo della mia adolescenza compiva 15 anni e questo, oltre a farmi sentire estremamente vecchia, mi ha ricordato che avevo dimenticato di includerlo nell’infinita lista degli album di cui mi piacerebbe parlarvi. Quindi oltre che vecchia, mi sono anche sentita un po’ una merda!

Shame on me!

L’album in questione (come forse avrete capito dall’immagine) è Coral Fang dei Distillers! Ma prima di passare a snocciolarvi tutte le caratteristiche che lo rendono un (mio) album cult, facciamo un ripassino di storia.

I Distillers nascono nel lontano 1998 dal fortunato incontro tra Brody Dalle e Kim Chi (rispettivamente cantate/chitarrista e bassista) alle quali si aggiungono ben presto anche Rose ‘Casper’ Mazzola (altra chitarrista) e Matt Rose (batterista). Notare come agli albori il gruppo fosse quasi tutto al femminile, ma di “femminile” non avesse assolutamente niente. Il loro primo album, omonimo, viene pubblicato due anni dopo. Da che mondo è mondo, punk fa rima con droga, ma fa rima anche con alcol e, volendo usare un eufemismo, con “divergenze creative”, indi per cui, la band cambia formazione molto spesso nel corso degli anni. Sing Sing Death House viene rilasciato nel 2002, mentre il mio amatissimo Coral Fang è del 2003 ed è anche l’ultimo lavoro creativo della band che si scioglie formalmente nel 2006. Un anno orribile, l’anno in cui ho capito che avrei dovuto rassegnarmi alla dura realtà: non avrei mai visto quella gran gnocca di Brody su un palco, dal vivo.

Coral Fang è quindi un album che tira un po’ le somme di quella che è la breve ma intensa vita dei Distillers, è crudo ed esplicito come già testimonia la copertina (una dissacrante illustrazione di una donna crocifissa che getta fuori fiotti di sangue dal costato. Indovinate a chi si ispira.). La voce di Dalle era (ed è tutt’ora) qualcosa di sconvolgente: profonda, ruvida, intensa. Ricordo ancora quante volte ho tentato di imitarla perdendo quasi completamente l’uso delle corde vocali. Brody ha una di quelle voci ed un modo di cantare che o ce l’hai o ce l’hai, non puoi impararlo. Il sound, ovviamente, non poteva discostarsi troppo: distorsore al massimo e mano pensate sulla batteria. Il punk che mi piace!

Per farvi capire subito (e forse meglio) di cosa sto parlando basta una sola canzone, probabilmente la mia preferita non solo dell’album, ma di tutta la loro produzione: The Hunger.

Coral Fang non fa sconti a niente e a nessuno, né in senso buono né in senso negativo. Tutte le tracce sono un susseguirsi di rabbia e violenza: la voglia di distruzione e di “sangue” è quasi palpabile ad ogni traccia. Ma oltre la musica c’è di più: l’album descrive con la stessa veemenza due situazioni quasi incompatibili, la fine di una relazione e l’inizio di una nuova. Tematiche trite? Forse. Quello che di certo non è trito è il modo di trattarle. Le sensazioni non vengono spiattellate, romanzate o edulcorate, ma sono presentate come mamma le ha fatte, rabbiosa una e lussuriosa l’altra, senza mezzi termini, senza bisogno di censure o di chiedere scusa. La vita fa schifo e le persone hanno il potere di distruggerti o mandarti in estasi, e nel dolore, nella rabbia e nel sesso non c’è niente di romantico. Drain the Blood, Die on a Rope, Love is Paranoid e Beat you Heart out (oltre ad essere dei gran pezzoni) sono solo alcune delle tracce che esemplificano proprio questo intrinseco dualismo che percorre tutto il disco.

“This album is a snapshot of a period of intense transition,” (Brody Dalle, al lancio del disco nel 2003)

Coral Fang è quindi un album molto personale per la cantante: il 2003 è l’anno in cui Brody e Tim Armstrong (cantante-chitarrista dei Rancid) divorziano, ed anche quello dell’incontro con Josh Homme (attuale marito, frontman dei Queens of the Stone Age ed ex Kyuss). 

Tim Armstrong

Josh Homme

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diciamo che la nostra Brody si è sempre trattata molto bene in fatto di uomini.

In tutto questo turbine di odio, violenza e carnalità, l’ultima traccia Deathsex non poteva che essere il culmine di tutto: 12 minuti (durata estremamente inusuale per una canzone punk) di pura cattiveria che, con una chiusa squisitamente strumentale e rumorosissima, al limite del disturbante, rappresenta la degna conclusione di un piccolo grande capolavoro.

Quindi tanti auguri Coral Fang e tanti auguri soprattutto ai Distillers che, per la gioia dei fan, si sono riuniti e stanno tenendo delle date negli Stati Uniti. Io aspetto trepidante il tour europeo! Finalmente il sogno di un’adolescenza che si avvera!