È sempre bello venire al Fabrique. Nel mio piccolo, lo ripeto ogni volta che posso. E se l’ultima volta era pieno di persone di mezza età alla ricerca del brivido della gioventù, stavolta di gioventù c’è quella vera. Durante l’intero concerto dei Bastille, infatti, non credo di aver visto nemmeno un essere umano che fosse al mondo da più di 30 anni. In fondo era prevedibile: stiamo parlando di una band il cui successo, immediato e fulmineo nel 2013, è proseguito a suon di singoloni, intercettando fasce di pubblico progressivamente più giovani. Happier, la super hit estiva dello scorso anno, ha contribuito ulteriormente: i Bastille ormai non sono più una rock band che aveva azzeccato un paio di melodie, ma una solida realtà pop, che fa featuring con la gente cool e finisce in classifica.

Però non si può fare a meno di notare una contraddizione. La grande domanda è: ce la fanno i Bastille a reggere questa immagine? L’album Doom Days, uscito non più di un mese fa, dà indicazioni altalenanti: è un disco di pop elettronico garbato ma con testi apocalittici, ricco di melodie ed effetti ma privo di vere hit. E dal vivo, l’impressione è la stessa: i Bastille devono decidere cosa fare da grandi, perché al momento sono ancora sospesi tra un desiderio di fare pop da classifica, di qualità ma sbarazzino, e quelle atmosfere alternative rock che affondano le radici nelle loro origini musicali. E così, l’idea di suddividere il concerto in atti (con anche una macronarrativa: una notte dal tramonto all’alba) è indice di un desiderio di grandeur, la scenografia formata da visual coloratissimi e vagamente vaporwave vira verso i concerti da stadio, ma le atmosfere sono sempre abbastanza cupe, il sound è scarno e con chitarre quasi new wave e la voce di Dan Smith ricorda quasi Ian Curtis. L’effetto è anche piacevole ma una band arrivata al terzo disco dovrebbe forse avere le idee più chiare.

Detto ciò, il concerto fila via liscio: l’impatto è ottimo, il pubblico è festoso. Alcuni pezzi risultano un po’noiosi (soprattutto dall’ultimo disco, e questo è un problema) ma nel complesso ci si diverte parecchio. Alcuni pezzi, come Warmth o Flaws sono semplicemente troppo trascinanti, le super hit come Happier, Laura Palmer, Good Grief o Million Pieces coinvolgono tutto il Fabrique in un enorme singalong. Of the night, mash up tra The Rhythm of the Night e Rhythm Is a Dancer è un momento totalmente estemporaneo, preso a caso da una Zarro Night, neanche delle migliori: non c’entra nulla con niente ma in fondo va bene così. Chiusura con Pompeii, ovviamente: mi ero dimenticato di che gran pezzo fosse, dal vivo rende benissimo nonostante il pubblico, fin lì partecipe ed entusiasta, si distragga completamente per alzare gli smartphone. I Bastille sono un gruppo nato e cresciuto nella civiltà dell’immagine e dei social quindi probabilmente ne sono anche felici, io non lo posso sopportare: trasportato dalla perfetta melodia di quella che considero una delle canzoni migliori che abbiano scalato le classifiche negli ultimi anni, ho cantato a squarciagola (e stonando volutamente) il ritornello vicinissimo al cellulare di una mia quasi coetanea, ovviamente rovinando la sua diretta Instagram. Un atto di sabotaggio situazionista di cui vado abbastanza fiero.

Insomma, una serata gradevole a dispetto del temporale fuori. Ma resta l’impressione che i Bastille debbano fare un salto di qualità ulteriore per non perdersi nel marasma dei vorrei ma non posso e degli incompiuti del pop contemporaneo.

 

Reportage: Alessandro Boggiani

Foto tratta dalla pagina Facebook del Fabrique