Vedi Frank Carter e non te lo dimentichi. Capelli rossi, fisico smunto, una seconda pelle di tatuaggi, coperta da una canottiera traforata. L’ex cantante dei Gallows (una delle ultime big things dell’hardcore punk inglese) ha scoperto la propria veste meno marciona e più glamour (guardate il suo profilo instagram per conferma), ma il fuoco che ha sempre avuto dentro brucia ancora. E appena sale sul palco del Santeria Social Club insieme ai suoi Rattlesnakes, dimostra subito che il suo scopo è ancora risvegliare nel suo pubblico pulsioni animalesche, ataviche, tribali. Come chiede prima di Fangs, “Voglio che spacchiate tutto”. E così sarà.

Ma andiamo con ordine. Carter ha creato il progetto nel 2015, chiuse le esperienze coi già citati Gallows e coi Pure Love: l’intento era tornare all’aggressività del punk più ruvido e veloce, ma in una veste meno aggressiva, più rock. Il risultato, per ora, sono due dischi (un terzo in uscita, ne riparleremo): il potentissimo Blossoms e il più tranquillo Modern Ruin, forse meno convincente. Ma qui sta un primo punto fondamentale, un teorema dimostrato dalla serata milanese: qualunque cosa si richiami anche solo vagamente al punk, se suonata con la giusta intensità, dal vivo assume una forza e un’energia elementari e proprio per questo devastanti.

Non credete a chi vi dice che tutti possono suonare punk: è o un ignorante o in malafede, o entrambe le cose. Certo, tecnicamente suonare punk non è difficile, ma i Rattlesnakes spiegano perché è difficile suonarlo bene, senza che la velocità offuschi il suono, mischiando potenza e melodia, urla, rabbia e coinvolgimento. Che dire di Frank stesso, poi. Nel suo cuore, i suoi concerti si svolgono ancora in umidi sotterranei londinesi: annulla la distanza col pubblico, ci si butta in mezzo fin da subito, facendosi sollevare sia in piedi che a testa in giù (avete letto bene) sopra la folla, senza smettere mai di cantare, tranne quando passa il microfono direttamente al pubblico.

Se risale sul palco, lo fa per muoversi, saltare e ballare. In un’oretta di concerto non l’ho mai visto fermo un istante. È una performance di lacrime e sudore, intensissima, magnetica. Il pubblico è nelle sue mani: obbedisce all’ordine di formare un gigantesco circle pit intorno al mixer, canta e urla la melodia di Vampires e i versi ossessivi di Devil Inside Me, lo ascolta in venerazione quando dedica Heartbreaker alle donne presenti, ricordando la loro lotta quotidiana contro gli abusi di ogni tipo e chiedendo loro di fare crowd surfing, minacciando chiunque si azzardi ad approfittarne: è la versione hardcore punk del #metoo, e ci piace. Una menzione speciale anche per Lullaby, pezzo intensissimo e vibrante, dedicato alla figlioletta e al sonno perduto nei suoi primi anni di vita. Il concerto si chiude con la classica I hate you, cantata da tutti, e da tutti dedicata a qualcuno. Il concerto è breve (poco più di un’ora) ma non la musica di fatto non si ferma mai: sono pochissimi i momenti di silenzio o di parole, in una tipica struttura da concerto hc.

 

Un momento particolarmente intenso è la presentazione di Anxiety, estratta dal nuovo disco The End of Suffering in uscita a maggio: Frank parla di quanto quel pezzo sia autobiografico e degli enormi alti e bassi che ha avuto negli ultimi anni e di quanto sia importante, nei momenti più neri, avere vicino qualcuno (cita esplicitamente il chitarrsita dei Rattlesnakes, Dean Richardson).

È un discorso emozionante e incredibilmente sincero, che risveglia il pubblico dalla trance e lo ammutolisce totalmente, prima di rilasciare un applauso liberatorio e tornare a pogare appena il pezzo inizia. La sintesi di un concerto di Frank Carter & The Rattlesnakes è tutta qui: una devastazione sentimentale, un’esperienza intensa, un urlo rabbioso e una preghiera, una botta nel pogo e una lacrima sulla guancia. Forse il mondo ha bisogno di personaggi come Frank Carter. Di eroi rassicuranti e disperati, di funamboli borderline, di urlatori aggressivi dall’animo romantico. Di rabbia e di bellezza, di energia e timidezza, di potenza e fragilità. Di gente che, una volta che l’hai vista, non te la dimentichi.

previous arrow
next arrow
Slider

Reportage: Alessandro Boggiani

Foto: Eleonora Mugheddu