Che poi non è proprio vero. O meglio, non del tutto. Sarebbe pretenzioso pensare che in un anno, uno solo, un movimento musicale vasto, radicato e ramificato come il metal sia cambiato per sempre: nella geografia dei generi e degli stili convivono sempre l’avanguardia e la reazione, ci sono sempre le fughe in avanti e i ritorni al passato.

Tutto si modifica, nulla cambia davvero. Però è vero che il cambio di millennio fu un periodo intenso per la musica pesante: l’esplosione del nu metal e l’ascesa del metalcore fissavano nuove coordinate, destinate a sedimentarsi, a trasformarsi in mode e a diventare le cifre dominanti della produzione di musica estrema. Il pubblico (forse estenuato dalla dicotomia glam vs. thrash prima e dall’egemonia grunge poi) cominciava a essere interessato a sperimentazioni che attraversavano i generi, a oggetti musicali unici e difficili da catalogare. Nel 1999, mentre il mondo si preparava al millenium bug, uscirono due album che fotografano questi cambiamenti in modo esemplare e che travolsero il panorama musicale con la loro potenza, con la loro imprevedibilità, con il loro non avere padri e non volere figli.

Con un’espressione abusata si potrebbe dire che “cambiarono le regole”: ma non sarebbe la verità, perché delle regole se ne fregavano proprio, semplicemente non ne avevano. Erano due esordi estremi, scandalosi, irripetibili, erano due dischi che bisognerebbe ascoltare almeno una volta nella vita. A patto ovviamente di riuscirci.

THE DILLINGER ESCAPE PLAN – CALCULATING INFINITY

Già. Riuscirci. E non intendo dal punto di vista delle possibilità economiche o sociali, intendo proprio dal punto di vista della resistenza fisica. Riuscire ad ascoltare un disco di poco più di 35 minuti può sembrare un’impresa tutto sommato affrontabile. Anche se non si è appassionati di metal, che sarà mai? Una mezzoretta di urla e chitarre distorte ed è finita. Se state pensando questo, non avete mai ascoltato Calculating Infinity. Far partire il disco d’esordio dei Dillinger Escape Plan è come entrare in un labirinto grottesco e surreale, un sottobosco fatto di continui cambi di atmosfere, di dinamica, di tonalità, di tempo. Un intreccio continuo di metal, hardcore, progressive, free jazz e chissà quanta altra roba, ma che mantiene una incredibile unità.

Nel suo 1000 dischi per un secolo, Enrico Merlin scrive che in questo disco “è tutto frammentato eppure ugualmente denso di groove, in un’inspiegabile formula che racchiude in sé tutte le esperienze musicali estreme del passato”. La parola chiave del passo è “frammentato”: in questo album tutto è rotto, scomposto, fuori posto, destrutturato. È musica desultoria e sempre cangiante, in cui urla atroci si interrompono per far posto a sezioni che ricordano Ornette Coleman. Impossibile stabilire da dove discenda una roba del genere: sicuramente c’erano stati esperimenti di ibridazione tra jazz e rock, sicuramente c’erano stati personaggi che avevano attraversato i generi con disinvoltura anche all’interno di una singola canzone (Frank Zappa o John Zorn, per esempio) e sicuramente perfino l’hardcore punk aveva avuto degli innovatori poliritmici (i Rapeman di Steve Albini). Ma nulla sembra avere la radicalità di Calculating Infinity, nulla investe l’ascoltatore con una simile bordata, nulla scuote i sensi in quel modo.

Come spesso capita quando si è davanti a qualcosa di davvero rivoluzionario, i fan della nomenclatura dovettero inventarsi un nuovo genere: parlarono di math-core, nome che rende freddo calcolo combinatorio un magma incandescente di lucida follia. Apparentemente impossibile da suonare e invece portato in tour, il disco attirò l’attenzione sui Dilliger Escape Plan: negli anni successivi la band (con continui cambi di line up) registrò altri dischi forse più belli ma ormai più prevedibili, girò il mondo in tour, sopravvisse a un bruttissimo incidente col tourbus in Polonia e si sciolse nel 2017. Prima, fece qualche data ospitando vecchi membri, eseguendo molti pezzi da Calculating Infinity: per un’ultima volta risuonò il suono schizofrenico e decostruito del più caotico e contradditorio album metal mai registrato

SLIPKNOT – SLIPKNOT

Immaginate di essere redattore di una prestigiosa rivista musicale a fine anni novanta. Siete gli ultimi arrivati, quindi tutta la roba underground che nessuno si fila finisce sulla vostra scrivania. Risultato: una pila di cd in custodie di plastica, di band semisconosciute con nomi improbabili e spesso illeggibili.

Un giorno, in mezzo a questo maelstrom appare un disco sulla cui copertina stanno 9 tizi vestiti da carcerati e con maschere horror che oscurano i loro volti: vi ricordate di aver già sentito il nome della band da qualche parte, forse avevano registrato un ep un paio di anni prima. Ma ora a quanto pare sono riusciti a rimediare un contratto con la Roadrunner Records, la casa discografica metal più in ascesa in quegli anni. Minacciando qualche dirigente in un vicolo, immaginate. Di loro non si sa nulla. Né i nomi né le facce. Ascoltate quel disco e un’apocalisse vi esplode nelle orecchie. È evidente che siete davanti al parto di menti disturbate, di persone che in un Paese con un sistema sanitario efficiente sarebbero rinchiuse in qualche casa di cura dove non potrebbero nuocere a sé o agli altri, ma che hanno scritto qualcosa di incredibile. A questo punto, la nostra edificante storiella diventa all’improvviso il seguito di Bandersnatch, perché a questo punto avreste due scelte: scrivere una recensione che gridi al miracolo, in cui assicurate a tutti che abbiamo a che fare con un disco pazzesco, irrinunciabile, oppure ignorare quell’album e autoconvincervi di aver avuto un’allucinazione uditiva. Ma nel secondo caso avreste perso: Slipknot sarà disco di platino e voi, con ogni probabilità, sarete licenziati.

Ritirarsi terrorizzati era quindi la scelta sbagliata, ma anche la più semplice. L’esordio dei nove maniaci dell’Iowa è un disco violento, grezzo e aggressivo, dove i riff assaltano l’ascoltatore, la batteria secchissima e le percussioni gli trapanano i timpani e il malsano suono del basso dà il colpo di grazia. Corey Taylor completa l’opera urlando in faccia al malcapitato tutta la rabbia, tutto l’odio, tutto il disagio possibile, con una violenza inimmaginabile e scandalosa. Ma non è la violenza gore del death metal, fatta di sangue e interiora. No, è qualcosa di più terribile e strisciante, di più opprimente, di più orrendamente quotidiano: è il grido di dolore delle periferie e degli sbandati, dei drifters e dei leftovers d’Occidente, la disperazione vuota e irredimibile di chi è costretto a vivere nella noia e nell’isolamento che si nascondono dietro la patina dorata del migliore dei mondi possibili. E che alla fine si lascia andare ai più turpi comportamenti solo per dar senso a un’esistenza altrimenti inutile. Quando gli Slipknot fecero il loro debutto in un grande festival, mettendo a ferro e fuoco il palco dell’Ozzfest, il fotografo di Kerrang! Ross Halfin li incontrò, e la conversazione fu questa:

  • Veniamo da Des Moines, Iowa
  • Quel posto è un merdaio
  • Lo sappiamo, è per questo che abbiamo formato questa band

Nulla descrive meglio la violenza insita nel loro modo di suonare e stare sul palco, nei suoni ruvidi, nei colpi di mazza da baseball sui bidoni e nei furiosi scratch. È tutto qui: un perenne conflitto con la società che rifiuta l’estetica della ribellione, per approdare a un nichilismo totale e distruttivo. Vite tragiche, tanta rabbia, poca speranza, ma una liberazione attraverso la musica: gli Slipknot sono tutto questo, lo sono ancora. Nonostante gli anni passati, le maschere cambiate e la morte del bassista Paul Gray. Segnarono il 1999, segnarono gli anni a venire, continuano a lasciare il loro marchio. Indelebile.