Dopo la solita mezz’oretta di gomitate, sguardi in cagnesco e botte da orbi alla ricerca dell’inquadratura migliore, Eleonora riemerge dall’area sotto palco dedicata ai fotografi, mi raggiunge vicino al mixer e commenta: “Hai notato che tutti i fan di John Butler assomigliano a John Butler?” No, ammetto, non ci avevo fatto caso. Ma in effetti, in un Alcatraz stracolmo, abbondano le barbe lunghe ma non lunghissime, i capelli un po’ incolti, le camicie di flanella a quadri e gli anelli.

john butler trio @ alcatraz

E abbonda soprattutto quell’aria un po’ così, tra l’hippie e il rockettaro, che ha reso John Butler un personaggio incredibilmente trasversale, in grado di farsi apprezzare tanto da gente che sotto la già citata camicia a quadri nasconde la maglietta degli Slayer, tanto da gente magari era qui due settimane fa per il concerto di Xavier Rudd (c’eravamo anche noi, per inciso). E forse la personalità più autentica del cantautore australiano si evidenzia proprio nel confronto col collega (e connazionale) scalzo e coi dread: entrambi hanno tirato delle supercazzole sulle “connessioni spirituali delle anime” dei presenti, solo che mentre Rudd ha rincarato la dose con l’abbraccio agli oceani e agli animali della foresta, Butler ha ricordato a tutti che sì, ok, il sistema fa schifo, ma ci consente di “far sparire la nostra merda nello scarico e avere luce e calore solo premendo un pulsante”. Il tutto prima di attaccare un pezzo che si chiama Revolution e di chiedere silenzio (per non interferire con la loop station su cui registra il beatbox) e preghiere. Insomma, la differenza è evidente.

john butler trio @ alcatraz

Quello di Butler, cioè, è uno spettacolo decisamente più rock, nel senso tradizionale del termine: per carità, ci sono momenti fricchettoni (Used To Get High For A Living), ma l’impronta principale resta quella rock/blues, con venature folk e indie. I due altri componenti del trio (il bassista Bryon Luiters e il batterista Grant Gerathy) spingono decisamente verso territori più pesanti e decisi, con suoni ruvidi e beat potenti. Non si pensi a uno show noioso o monotono, però: le qualità dei musicisti sono eccellenti anche nel variare le dinamiche e gli stili e la produzione di Butler vaga tra i generi. Più o meno si sa sempre cosa sta per arrivare, ma si resta sempre sorpresi dall’incalzare quasi country del banjo in apertura di Better Than o dall’evocativo arpeggio che apre Betterman.

john butler trio @ alcatraz

Ecco, a tal proposito: è evidente che Butler fa ciò che vuole con le sei (o dodici) corde della chitarra. Modifica il suono, lo plasma, lo modella, lo sfrutta al massimo. Ma non si ha mai l’impressione che stia esagerando, non è uno di quegli insopportabili virtuosi che sembra stiano suonando solo per far vedere al mondo che sono bravi: i suoi arpeggi, i suoi assoli, le sue frasi sono sempre funzionali al pezzo, alla melodia e all’insieme sonoro complessivo. Non c’è mai una nota fuori posto, o una sgraziata esibizione di bravura fine a sé stessa.

john butler trio @ alcatraz

Apice di questo discorso è ovviamente Ocean: 12, fluviali minuti di sola chitarra, tra tapping e finger percussion, rallentamenti e accelerazioni, che scorrono via leggeri e meravigliosi, retti da un fortissimo senso della melodia e da un’esecuzione impeccabile. Ricreare un mondo, un universo intero, con solo una chitarra non è roba da tutti, è un’ode al meraviglioso e inspiegabile potere della musica. Una tizia un paio di file avanti a me si è sentita in dovere di lanciare delle lancinanti urla di apprezzamento ogni 2 minuti circa rovinando così un po’ l’atmosfera, ma la performance è stata comunque molto d’effetto.

Come vi avevamo detto, il trio ha di recente rilasciato Home, un album meraviglioso, malinconico e, scopriamo stasera, dall’ottima resa live: menzione speciale per le percussioni della title track e l’andamento scanzonato di Tahitian Blue.

john butler trio @ alcatraz

Che volete che aggiunga? Butler è bravo, semplicemente: non è il frontman arruffapopolo, e il suo show non si nutre di fiamme e fuochi artificiali. Bastano la sua personalità e la sua mano sinistra sul manico della chitarra. Aggiungete dei musicisti eccezionali che gli fanno da spalla, et voilà, la magia si compie, ancora una volta.

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Reportage: Alessandro Boggiani
Foto: Eleonora Mugheddu