Era l’espressione sulle facce, erano gli occhi, erano i gesti. Era l’ambiente. Non lo so, era un’aria strana. Era domenica sera, tutto l’Hellfest 2019 stava per finire e un filo di malinconia era legittima: stiamo pur sempre parlando di uno dei più grandi festival musicali d’Europa, un’enorme festa metal di tre giorni che riunisce insieme una comunità, la fa riconoscere nei suoi riti e nelle sue prassi, nelle sue idolatrie e idiosincrasie, nella celebrazione di idoli comuni. Quando finisce sai che ti mancherà, per un altro anno almeno. Ma stavolta l’atmosfera era decisamente più pesante, più triste e a nessuno sembrava importare nulla del fatto che dovessero ancora suonare i Tool. Impressione fugace, perché appena la band di Maynard James Keenan è salita sul palco è stata ricoperta di meritata venerazione, ma questa è un’altra storia. La Storia che ci interessa qui è finita a mezzanotte e 31 minuti del 24 giugno 2019: gli Slayer sono appena scesi dal palco del loro ultimo concerto in Francia, uno degli ultimi in Europa, uno degli ultimi della loro carriera. Il mondo è pieno di rockstar che hanno annunciato l’addio e poi ci hanno ripensato, ma non sembra essere il loro caso: gli Slayer parlano poco ma le loro parole, come i loro riff, sono pietre. Quindi, presto, sarà davvero tutto finito.

Quello che si stava celebrando è dunque un addio, l’ennesimo di una lunga serie: questo è il tour finale degli Slayer, che (probabilmente) si concluderà l’11 ottobre a Manchester. Poi, nulla più. Poi, tutto sarà storia, memoria, sabbia del tempo. La vita andrà avanti ma il metal non sarà più lo stesso e il perché è evidente dalle facce, dagli occhi, dai gesti. Dall’ambiente. Sono stato a diversi loro concerti e, dopo l’ultima nota, l’atmosfera era carica di adrenalina, di rabbia, di sguardi iniettati di sangue, di urla belluine. Stavolta no: c’erano grandi applausi, lacrime, tristezza, espressioni trasognate: i fan francesi avevano visto gli Slayer per l’ultima volta al termine di una storia durata 35 anni, e il momento era piuttosto triste. La band è salita sul palco per ringraziare un’ultima volta, sotto uno scosciante e prolungato applauso che sembrava però quello che si tributa alle bare all’uscita dai funerali: un estremo saluto, che cela in sé una tristezza infinita. Durante l’esibizione la carica era stata la stessa: i grandi classici della band snocciolati come pietre di un rosario, una preghiera blasfema e violenta officiata da uno dei gruppi più duri e uncompromised della storia del rock. Gente che ha subito accuse di ogni tipo, boicottaggi e litigi, morti e abbandoni, eppure è ancora qua. E quando l’intro più devastante della storia della musica risuona per l’ennesima volta, è chiaro che tutto questo, tutto, deve qualcosa agli Slayer.

È vero, la band non è più quella di un tempo. Della formazione originale cono rimasti solo il cantante e bassista Tom Araya e il chitarrista Kerry King, mentre il batterista Dave Lombardo e il chitarrista Jeff Hanneman mancano all’appello. Il primo ha lasciato la band (per la seconda volta) nel 2013, lasciandosi dietro stuoli di seguaci che provano a imitare i suoi terrificanti groove con la doppia cassa. Darei diversi organi del mio corpo per vederlo suonare, come occasionalmente fa, nelle reunion di Misfits. Hanneman invece ha lasciato questa valle di lacrime il 2 maggio 2013, a seguito di una cirrosi epatica: è stato uno dei chitarristi più influenti di tutti i tempi, una macchina da riff che ha contribuito a creare un suono unico, tagliente e affilato, spigoloso e corrosivo, imitato all’infinito da centinaia di epigoni, ma mai davvero eguagliato. Al loro posto Paul Bostaph dietro le pelli e Gary Holt (degli Exodus) alle sei corde: rimpiazzi comunque di altissimo livello, che negli ultimi 6 anni si sono fati carico di un’eredità importante e l’hanno sostenuta con grande classe, guadagnandosi il rispetto di milioni di slayeriani in tutto il mondo. Anche grazie a loro, il concerto è stato tutt’altro che un’operazione nostalgia (come capita spesso in questi festival) ma ha al contrario mostrato come la band sia un corpo vivo, ancora pulsante e come fino all’ultimo voglia scatenare i fan in tribali ed estatiche danze.

Per capire che cosa abbiano significato gli Slayer per il mondo del metal, basta girare un festival come l’Hellfest: la quantità di t-shirt col logo della band era incalcolabile, così come impressionante la varietà delle persone che le indossavano. Dai 70 ai 15 anni, dalla goth girl con gonna di pizzo al ragazzo (poco) vestito da poliziotto. Era la celebrazione di un’estetica, di un modo di essere, prima ancora che di una musica da ascoltare: gli Slayer sono un segno distintivo, quasi uno status symbol. Indossare la loro maglietta significa indossare la loro coerenza, la loro durezza, significa abbracciare un lato oscuro di sé e del mondo. Significa non accontentarsi dell’ovvio, è una ribellione in nuce. Significa, per molti, tuffarsi nei ricordi, in una sorta di romanzo di formazione: enorme è il numero di persone di cui gli Slayer hanno accompagnato l’adolescenza, la crescita e la maturità, magari rallentando ma senza cambiare mai, solidi e granitici custodi della rabbia e dell’odio, della violenza e della distruzione. E c’è da scommettere che il fuoco brucerà ancora anche dopo il fatidico, ultimo concerto. Cosa sarà di noi, di tutti noi non è dato sapere. Andremo avanti, sia noi che la musica. Ma tutto sembrerà un po’diverso.