Nel 1997 l’omicidio del rapper Notorious B.i.g. scuote la città di Los Angeles e riaccende i riflettori sull’assassinio di Tupac, un altro rapper ucciso pochi mesi prima a Las Vegas. Opinioni contrastanti e centinaia di teorie opposte smuovono l’opinione pubblica e l’ira dei fan, ma bloccano la polizia di Los Angeles in una matassa inestricabile di indizi. Vent’anni dopo, i casi restano irrisolti. 

Da queste premesse parte l’ultimo film di Brad Furnam, City of Lies, ispirato al romanzo LAbyrinth di Randall Sullivan, in uscita il 10 gennaio, dopo alterne vicende legali che avevano costretto a rimandarne l’uscita.

Johnny Depp veste i panni del detective della polizia di Los Angeles Russel Poole; accanto a lui Forest Whitaker interpreta il giornalista Jackson, una figura riconducibile allo stesso autore del romanzo a cui il film si ispira.

Intorno a loro il clima teso e carico di sospetto di una Los Angeles cupa, desolata come il monolocale in cui abita il protagonista, scenario delle rivalità tra gang e labirinto di sospetti di una corruzione diffusa tra le fila stesse della polizia.

Sopra a tutto aleggia il fantasma del razzismo e delle violenze dei poliziotti bianchi contro la comunità nera, una presenza minacciosa che pesa sulle vicende come una spada di Damocle. “Un uomo bianco spara e uccide un uomo di colore. Di chi è la colpa?” domanda Poole ad un diffidente Jackson, che subito interpreta la domanda come una minaccia e non come l’indovinello che in realtà è. Alla mancata risposta del giornalista, Poole prosegue: “La risposta è fare più domande”.

Le domande sono proprio il leitmotiv del film, che parte da una sola domanda – Chi ha ucciso Biggie?, che è anche il claim pubblicitario sui manifesti – a cui ne fanno seguito molte altre, che scavano più a fondo nel clima di omertà e criminalità diffusa in cui Poole e Jackson si muovono, decisi a cercare una verità che a nessuno sembra interessare. Come dice lo stesso detective, quando un caso simile non viene risolto, è perché alla polizia non interessa risolverlo.

Le due linee temporali su cui corre la narrazione, oscillando tra il presente e i tardi anni Novanta, permettono ulteriori intrecci tra momenti e direzioni diverse della medesima indagine, iscrivendo City of Lies a pieno titolo nel genere del poliziesco.

Più in generale il film appartiene, nella misura in cui si ispira ad una storia vera, alla fortunata categoria dei film biografici, che sembrano non conoscere crisi e che spesso e volentieri si sono ispirati al mondo della musica. Molti sono i debiti, soprattutto all’inizio, nei confronti dello stile documentaristico, che rende efficacemente gli antefatti storici degli avvenimenti raccontati.

Nel grigiore di una società spesso ingiusta e raramente meritocratica, i due protagonisti hanno il pregio di non essere eroi, ma, al contrario, figure e professionisti normali, a tratti persino mediocri, sebbene non manchi l’immancabile e molto americano ravvedimento finale.

Oltre alle ottime performance dei protagonisti Depp e Whitaker, a City of Lies va riconosciuto il merito di essere un poliziesco diverso dal solito, che coniuga indagini e denuncia sociale, con – purtroppo – molti punti di contatto con la realtà attuale. Uno tra tutti: un uomo bianco spara e uccide un uomo di colore, di chi è la colpa?