Era circa il 2015 quando, spaparanzata sul divano di casa in una delle mie notti insonni, capitai per caso
su Rai 5; canale estremamente sottovalutato che regala grandi emozioni (dalle rassegne su
shakespeare, all’opera, ai vecchi live che mi fanno sempre sciogliere il cuore). Quella sera
intervistavano una ragazza dalla voce bassa, i capelli lisci ed un’espressione tra il timido ed il triste. Fu
così che incontrai, si fa per dire, Carlot-ta (al secolo Carlotta Sillano), in una coincidenza di allineamento
di pianeti e fortuna.

Nell’intervista si parlava di lei come cantautrice e del suo ultimo album, il secondo della sua carriera,
uscito qualche mese prima: Songs of Mountain Stream. Come non farmi colpire già solo dal titolo? Io
che tra le montagne (le sue sono le alpi le mie gli appennini, ma che differenza c’è?) ci sono cresciuta e
che senza mi sento peggio di un pesce fuor d’acqua? Basiliscus, prima traccia del disco, faceva da
sottofondo al servizio. Poche note ed io ero già innamorata.

Mi fiondai subito all’ascolto dell’intero album, ben presto diventato uno dei miei preferiti. Per tutte le 11
tracce il pianoforte la fa da padrone, d’altronde Carlot-ta nasce come pianista, ma le sue sonorità
classiche si alternano, accavallano, rincorrono ed intrecciano con ritmi più pop ed elettronici. In tutto
questo miscuglio delizioso di suoni spicca la sua voce: limpida e delicata come una ninna nanna, ma che
sa tirare fuori vocalizzi decisamente più sperimentali. La vera sorpresa dell’album, che dà prova del suo
talento come compositrice, sono i suoni campionati tutti ripresi dalla montagna; ed ecco che, con
l’andare delle tracce, tutti i rumori dei boschi fanno capolino, dallo scorrere di un ruscello a ramoscelli
spezzati, tutto concorre a creare un’atmosfera nostalgica eppure estremamente viva e pulsante.

Nostalgia e ricordo sono d’altronde anche i temi portanti dei testi. L’intero album è un continuo flusso di
coscienza, uno scorrere di memorie dal sapore agrodolce. Ma anche morte, fine, inverno, fanno da
cornice a tutte le tracce, come un susseguirsi morboso di qualcosa che è andato perduto che sia la vita,
l’innocenza o il senno.

E così ci appaiono donne morte che parlano della presenza di strani animali nella
loro tomba (Basiliscus) o che si lasciano trasportare, come un’inerme Ofelia, dal fiume (The River); un
barbagianni amante di Caligari e della cinematografia espressionista tedesca (The Barn Owl); un
pianoforte analista, un dottore immaginario migliore di tanti altri, che aiuta la stessa autrice ad andare
avanti (Carl Holz). Poi ci sono i riferimenti letterari, quelli che non ti aspetteresti, come William Wordsworth
nella traccia che dà il titolo all’album e Paul Valery in L’insinuant, in cui riutilizza i versi del poeta per
tramutarlo in un lupo a caccia. Waldeinsamkeit chiude l’album: il titolo emblematico altro non è che un
termine tedesco utilizzato per descrivere la sensazione di trovarsi soli nel bosco dove ogni singolo suono
è una valanga, un ruggito che fa tremare la terra e le ossa. Mai traccia fu più adatta.

Un album tetro e a tratti lugubre per contenuti, ma estremamente personale con molti rimandi
concettuali, e non, al movimento preromantico delle graveyard e dei canti ossianici in cui il gusto per la
morte e l’aldilà si lega alla natura e alla sua potenza. Tutto questo, però, va a cozzare con l’ascolto
gradevole e andante che ogni traccia riesce ad esprimere. È un viaggio, breve, ma carico di emozioni,
quello che Carlot-ta propone all’ascoltatore. È anche un pezzo di sè stessa, del suo vissuto e dei suoi
interessi, che bisogna trattare con riguardo ed ascoltare con il cuore e la mente aperta affinché ogni
tappa riveli tutta la sua potenza e trasformi questa passeggiata in montagna in un’esperienza sensoriale
oltre che emotiva.

p.s. Lo scorso marzo è stato rilasciato anche il suo terzo album Murmure, altra piccola perla che vale la pensa ascoltare.