Con una colonna sonora da urlo e dopo indescrivibili attese, il 29 novembre è arrivato finalmente al cinema Bohemian Rhapsody, film biografico su Freddie Mercury, già candidato ai Golden Globe 2019 come Miglior film drammatico.

La produzione del film è stata imponente e problematica quasi quanto la figura con cui ci si è dovuti confrontare: otto anni di lavorazione sotto il controllo e la consulenza dei membri originali della band hanno visto avvicendarsi diversi attori e registi. Hanno rinunciato al difficile ruolo di protagonista sia Ben Whishaw sia Sacha Baron Cohen e anche il regista Bryan Singer ha dovuto lasciare la produzione ed è stato sostituito nelle battute finali da Dexter Fletcher (già impegnato in un altro biopic a tema musicale, Rocketman, su Elton John, in uscita in primavera).

La scelta finale di affidare il ruolo di Freddie Mercury a Rami Malek è stata decisamente azzeccata, al punto che la sua interpretazione gli ha fatto guadagnare una nomination ai Golden Globe come Miglior attore protagonista, che, secondo la tradizione, lascia ben sperare per le nomination agli Oscar. L’attore di origini egiziane è riuscito, infatti, ad offrire un’interpretazione decisamente convincente e credibile di Mercury, merito di un ottimo trucco di scena (indispensabile per riprodurre almeno parzialmente la fisionomia così particolare dell’artista) e soprattutto di un profondo studio della personalità e delle movenze del cantante.

Di Freddie Mercury, infatti, viene raccontata soprattutto l’anima da performer, come si definisce egli stesso più volte nel corso della pellicola, fatta di doti canore indiscutibili, presenza scenica ineguagliabile e capacità di coinvolgimento del pubblico all’epoca inusuale.

Il film inizia e termina con il leggendario concerto Live Aid del 1985. In mezzo, un lungo flashback che parte dalla nascita della band nel 1970, con concerti nei pub e rinunce economiche per poter incidere il primo disco, e ripercorre l’ascesa dei Queen, tra colpi di genio, sperimentazione musicale e inevitabili battibecchi.

Non viene tralasciato, però, nemmeno il lato più oscuro della vita privata dell’artista. Le difficoltà familiari, soprattutto con il padre che non accetta il rifiuto di Freddie – al secolo Farrokh – delle sue origini zanzibarine, lo portano ad un disperato bisogno di una famiglia, ad una sofferenza profonda che paradossalmente lo allontana dalla band. Amicizie poco sincere e molto opportunistiche acuiscono il suo senso di solitudine e lo spingono ad una vita sregolata a causa della quale contrarrà l’Aids.

Ne emerge una figura geniale e insieme fragile, incline per natura ad una vita di eccessi e schiacciata dalle pressioni di una stampa troppo spesso interessata più ai pettegolezzi che lo circondavano, soprattutto in merito alla sua sessualità, che alla sua musica.

Bohemian Rhapsody affronta anche questo tema, quello di una omosessualità, o più probabilmente bisessualità, mai dichiarata pubblicamente ma che condizionò pesantemente l’immagine pubblica dell’artista.

A questo proposito, non sono mancate le critiche per le inesattezze storiche e le eccessive licenze poetiche, per la scelta di romanzare e, in alcuni casi, edulcorare alcuni fatti. Non va dimenticato, tuttavia, che Bohemian Rhapsody non ha la pretesa di essere un documentario, bensì un film biografico, con tutte le differenze che ciò comporta.

Se la figura centrale attorno a cui ruota tutto il film è senza dubbio quella del frontman dei Queen, sono degne di nota anche le interpretazioni del resto del cast. Ben Hardy, Gwilym Lee e Joseph Mazzello interpretano rispettivamente Roger Taylor, Brian May e John Deacon e hanno potuto beneficiare della presenza e dell’aiuto nella produzione del film dei veri membri della band.

Non ha bisogno di commenti, invece, la colonna sonora, composta dai brani più iconici dei Queen: dal pezzo che dà il titolo al film – momento di svolta nella produzione della band ma anche punto di riferimento per tutto ciò che è venuto dopo – a Radio Gaga, dal coinvolgente We Will Rock You a I Want to Break Free.

In un panorama cinematografico che non smette di offrire film biografici, in particolare biopic ispirati al mondo della musica, un film sui Queen era forse il tassello che mancava, capace di portarci – o di riportarci, per i fortunati che l’avevano già vissuto – in uno dei periodi più effervescenti per la musica rock internazionale.