Non ci sono dubbi che quando si parla della scena musicale rock (e non solo) degli anni ’00, i Good Charlotte sono una delle band più iconiche e rappresentative del decennio. Con hit come I just wanna live Boys & Girls, i quattro ragazzi del Maryland, capitanati dai gemelli Madden, riuscirono a conquistare un vasto pubblico comprendendo sia gli amanti del punk e del rock più puro, sia una fetta di pubblico più mainstream.

Purtroppo come molte band di quegli anni, i Good Charlotte non furono in grado di mantenere lo stesso livello di successo con i dischi a seguire sebbene la qualità della loro musica non fu da meno dei più fortunati The Young and The Hopeless The Chronicles of Life and Death.

Dopo un periodo di hiatus di circa 5 anni, il gruppo tornò nel 2016 con Youth Auhoritye due anni dopo sono pronti a farci rivere i grandi fasti del rock, puro stile 2004.

Generation RX é un album decisamente incazzato. Non possiamo definirlo un album rivoluzionario ma forse per i Good Charlotte va bene così e hanno deciso di andare sul sicuro e colpire nel segno con un disco che ricalcasse il loro stile e parlasse proprio alla generazione che li segue da sempre.

Il termine RX indica la sigla che negli USA viene apposta sulle confezioni di antidolorifici, e di contrasto, diventa per la band una sigla per esorcizzare il dolore, un dolore che un po’ fa bene e dal quale può nascere dell’arte, ma allo stesso tempo é un dolore che spaventa perché arriva da una realtà troppo cruda e brutale.

Infatti la grande missione di Generation RX é quella di denunciare il mondo in cui viviamo e usare il dolore per poter affrontare il proprio percorso. Lo si capisce subito dalle prime tracce del disco: la prima che funge da title track é un lento approcciarsi al suono pienamente punk dell’album, come se il dolore arrivasse di soppiatto, piano piano per poi colpire all’improvviso.

Self Help é una completa esplosione di suoni, chitarre pesanti che impostano il mood di tutto il disco e introduce il fil rouge che accompagna questa generazione che ha bisogno di assopire i propri sensi come meccanismo di sopravvivenza.

Il resto dell’album procede sulla stessa scia, riscoprendo in ogni aspetto del proprio vissuto una qualche fonte primaria di sofferenza legata a un puro autolesionismo o alle persone che amiamo, oppure proveniente dall’esterno o anche sola da un’ingiusta realtà.

Tra le nove tracce del disco spiccano sicuramente Prayers,una denuncia verso il ruolo dei culti religiosi all’interno della società occidentale, e Leech. La seconda in particolare rimane il pezzo migliore dell’album, quello che scava più a fondo e sfrutta alla perfezione la guest star Sam Carter. In questo brano il suono riesce ad incanalare meglio la direzione del tema di Generation RX senza voler fare casino a tutti costi. L’inserimento del coro di bambini verso la fine del pezzo, lo rende il fiore all’occhiello dell’album. Infine la chiusura con California (The Way I Say I Love You) rallenta il ritmo per una dolce dichiarazione d’amore (per quanto sia possibile ai Good Charlotte).

In linea di massima Generation RX rimane un album dalle buone intenzioni ma fallisce nella resa finale.

Come dicevo all’inizio i Good Charlotte hanno scelto un porto sicuro: non hanno sperimentato, non si sono spinti verso nuovi orizzonti musicali, non hanno fatto passi in avanti seppure il tema prescelto richiedesse un impegno maggiore.

La tematica del “dolore” é stata affrontata da artisti di ogni ambito, é una costante della condizione umana, ispirazione a volte di opere bellissime, per questo sentire testi come: “All this pain I feel/is tearing me apart/It’s what makes you real/deep inside my heart“, in una canzone che è davvero intitotala Actual Pain (un hashtag perfetto se gli emo fossero esistiti all’epoca di Instagram), fa un po’ cadere le braccia rispetto a un tema cosi sfaccettato e che dovrebbe essere trattato con una diversa maturità da una band che é ormai in giro da quasi 20 anni.

Insomma la generazione narrata dai Good Charlotte può essere cresciuta nel dolore e nella sofferenza di vivere in una società oramai in completo declino, ma non é crogiolandosi nei propri problemi che si risolvono le cose. Invece di ispirare i propri ascoltatori al cambiamento e ad una crescita, i Good Charlotte si perdono in un vittimismo che non risulta molto utile di questi tempi.

Sebbene la musica di questo album può essere ancora una volta violenta, caotica e incazzata, il messaggio si perde completamente, come se appunto tutti gli antidolorifici somministrati con la sigla RX abbiano ormai assuefatto i musicisti verso un destino di immobilità ed infine li abbiano resi impossibilitati a reagire.