Marie Colvin è stata una talentuosa giornalista del Sunday Times, due volte vincitrice ai British Press Awards del premio come migliore corrispondente dall’estero dell’anno, celebre per i suoi reportage di guerra e soprattutto per la sensibilità con cui li raccontava.

Proprio su questo, sull’inarrestabile sete di verità che la muoveva, tratta A Private War, biopic presentato alla Festa del cinema di Roma e in uscita nelle sale il 22 novembre.

Il film si concentra sugli ultimi dieci anni di vita di Marie, dieci anni di intensa attività giornalistica che la vedono spostarsi quasi senza sosta da un capo all’altro del mondo: dallo Sri Lanka prostrato dalla fame, alla scoperta di una fossa comune in Libia, fino alle città bombardate della Siria. Sempre in zone di guerra, sempre in pericolo, sempre con il bruciante desiderio di raccontare prima di tutto il lato umano dei conflitti.

Rosamud Pike come Marie ColvinAd una carriera tanto brillante fanno seguito, però, non pochi problemi nella vita privata e soprattutto gravi conseguenze sul piano fisico. Dopo la perdita dell’occhio sinistro -coperto poi da una benda nera da pirata che diventerà un suo simbolo-, i periodi trascorsi a casa sono segnati da incubi e da sintomi del disturbo da stress post-traumatico. Nonostante tutto, Marie continua il suo lavoro con abnegazione e testardaggine, intervista Gheddafi e segue dall’interno della città l’assedio di Homs, in Siria, nonostante i pericoli, perchè, come le viene fatto notare dall’amico e collega Conroy, ne è diventata ormai dipendente.

Ad interpretare la carismatica protagonista è Rosamund Pike, che è riuscita a calarsi nel ruolo con una trasformazione sorprendente che ha coinvolto postura, gestualità, mimica e soprattutto voce, riuscendo a riprodurre quel tono roco, da accanita fumatrice che le era proprio. Un lavoro altrettanto profondo e radicale è stato necessario a Jamie Dornan per impersonare il fotoreporter Paul Conroy, grazie anche alla presenza di Conroy in carne ed ossa sul set. Stanley Tucci è invece Tony Shaw, partner di Marie e unico personaggio romanzato in un film altrimenti biografico al limite del documentaristico.

Tutto il film, infatti, risente di una cura minuziosa soprattutto grazie al background da documentarista del regista Matthew Heineman, già premiato dalla critica per i suoi Cartel Land e City of Ghosts. Ne sono derivate tante piccole sottigliezze – l’accendino originale di Marie, le fotocamere utilizzate dallo stesso Conroy in Libia, le comparse scelte tra veri profughi siriani – che, implicitamente, contribuiscono al clima toccante ma mai patetico, crudo ma solo nella misura necessaria, che pervade l’intero film.

Proprio l’ossessione di Marie per il suo lavoro, la sua incapacità di avere una vita normale, la testardaggine e ribellione alle regole e alle gerarchie, e più in generale gli inevitabili difetti della sua personalità, evitano che il film si trasformi nella sterile celebrazione di una santa e mettono in luce, per contrasto, la sua ferma decisione di alzare la testa contro il potere e raccontare gli orrori a cui aveva assistito in modo “che anche il mondo se ne preoccupi”.

A Private War non prova nemmeno ad edulcorare i fatti, mostra tanto la grandezza quanto la fragilità di una figura che ha segnato la storia del giornalismo di guerra pagando, però, un prezzo altissimo.  Il tributo del film è, senza dubbio e prima di tutto, a Marie Colvin e al suo duro lavoro, ma anche all’arte del giornalismo e alla sua importanza.