Che poi non era proprio una cameretta. Era più una mansarda, la stanza più alta di una casa di montagna col tetto spiovente, la grondaia che passa a un centimetro dalla finestra e la vista su un assolato prato in pendenza. Una rivista che ormai non esiste più parlava del primo concerto di una band che non esiste più in un locale che non esiste più: il debutto in Italia del The Gaslight Anthem, avvenuto nell’estate 2009 al fu Zoe Club di Milano. La recensione mi incuriosì, cominciai ad ascoltarli e non ho ancora smesso. Da un live report, quindi, iniziò il mio rapporto con uno dei miei gruppi preferiti ed è bello pensare che a qualcuno possa scoprire i propri artisti d’elezione leggendo COLMO. Magari succederà. Quel concerto comunque faceva parte del tour promozionale di un disco che era uscito l’anno prima, in agosto, e che dunque ha, da poco, compiuto 10 anni. Si chiamava The ‘59 Sound e avrebbe fatto tremare i muri di moltissime camerette per parecchio tempo.

Un disco solido, granitico, compatto, citazionista e tremendamente americano. I TGA erano nati e cresciuti nel New Jersey, ascoltando Bruce Springsteen a ogni ora del giorno, e ci tenevano a farlo sapere. Quando nel 2007 avevano pubblicato il disco d’esordio, il mondo del punk aveva drizzato le orecchie. Sink or Swim era un lavoro ruvido, grezzo, veloce, eppure capace di profondissime catabasi nel songwriting cantautoriale. L’EP Señor & the Queen corroborò i sospetti: l’underground americano, fatto di garage e balli della scuola, di localini luridi e giacche di denim, stava producendo la sua next big thing. Perché quell’EP conteneva prima 3 pezzi forsennati e poi Blue Jeans & Withe T-shirts una ballata languida e sognante, retta da un arpeggio di chitarre leggero e da un testo che più springsteeniano non si poteva. Si aveva a che fare, ormai era chiaro, con gente che sapeva scrivere. Ma fu The ’59 Sound il disco della vera esplosione dei TGA, ed è semplice capire perché: era, semplicemente, bilanciato alla perfezione. Tutto quello che il quartetto aveva creato fin lì era stupendo, ma mancava di coesione di insieme: un pezzo sembrava scritto dai Social Distortion in versione piagnona, quello dopo da John Mellencamp con gli amplificatori Orange, e si creava confusione. Ma quel disco, invece, aveva equilibrio.

Non c’era nulla di estremamente originale, sia chiaro, ma la scrittura era cristallina e potente: un immaginario di ragazze con le gonne larghe ai balli di paese, di macchine anni cinquanta, di diners lungo l’autostrada, di duro lavoro e amori strazianti. Un immaginario abbastanza lontano dalla Brianza in cui trascorrevo l’esistenza e apparentemente incomprensibile per gran parte degli esseri umani nati fuori dall’east coast americana, ma passato al di qua dell’oceano attraverso mille film, mille serie tv, mille canzoni. E poi quando la voce roca e profonda di Brian Fallon scandiva “But boys will be boys / and girls have those eyes / That’ll cut you to ribbons sometimes / And all you can do is just wait by the moon / And bleed if it’s what she says you ought to do”, ti potevi anche immedesimare. Era un disco potente e delicato, che sembrava fatto apposta per farti piangere e ballare, alternativamente. L’ombra del Boss era ovunque (Meet Me By The River’s Edge è una sorta di bigino dello Springsteen anni 80-90), ma anche i Replacements e il blues, il punk e il folk (Even Cowgirls Gets the Blues: un featuring tra il Bob Dylan della svolta elettrica e i primi Aganist Me!). Il grande libro della musica popolare americana aveva un nuovo capitolo: uno strano e perfetto matrimonio tra le spinte più distruttive e l’heartland più sentita e strappalacrime. Per mesi non volli ascoltare altro, mi sembrava che quel disco fosse tutto quello di cui avrei avuto bisogno per il resto dei miei giorni: una cazzata, ovviamente, ma a 18 anni si può essere anche così impulsivi, dai.

 

Il destino della band è stato coerente con la loro doppia natura. Gli sporchi eroi del punk sono destinati a vite (artistiche quando non biologiche), brevi e forsennate, tra dissipazione, autodistruzione e centinaia di progetti paralleli che durano un disco quando va bene, mentre le leggende del rock possono vivere per sempre, e per sempre scrivere canzoni. Ci sono le eccezioni, e sono parecchie, quasi più della regola, ma i binari dello stereotipo e del luogo comune vanno in quella direzione. E anche quelli dei The Gaslight Anthem: dopo altri tre dischi (in ordine cronologico: uno bellissimo, uno buono, uno bruttino), si sono sciolti e mentre in 3 hanno cominciato a suonare in altri progetti strambi o fare altre cose (lo strepitoso blog sull’insonnia del batterista Benny Horowitz), Brian Fallon ha continuato a cantare e a scrivere canzoni: come esorcismi, come forma d’espressione, come antidolorifici. Ne sono venuti fuori due dischi solisti (il primo molto bello) e alcuni altri lavori con progetti paralleli. La band si è riunita proprio per festeggiare i 10 anni di The ’59 Sound, suonandolo per intero in una breve serie di concerti: il più vicino era a Londra, purtroppo, ma su queste cose posso essere molto paziente. E aspetterò in camera, coi muri che tremano, uno strano magone, e quella voce nelle orecchie:

“Don’t wait too long to come home /My, how the years and our youth passed on / Don’t wait too long to come home / I will leave the front light on / And the night is our own.

Ora ditemi che faccio male ad aspettare.